“E adesso chiamatemi… Shalpy”

schalpyIl 14 maggio ha compiuto cinquant'anni, e si è cambiato il nome in Shalpy: quello di prima — Scialpi, che poi è il suo cognome — per lui non esiste più. Poi, per festeggiare il compleanno e la rinascita, l'idolo delle ragazzine di una generazione fa — cantante di tormentoni come Rocking Rolling (1983), Cigarettes And Coffee (1984), No East No West (1986), Pregherei (1988) — ha pubblicato una rilettura dance del successo del 1980 di Alice, Il vento caldo dell'estate. E adesso ne parla in un'intervista esclusiva a VanityFair.

Come mai ha cambiato nome?
«Così in America non mi chiameranno più "Scalpai"».

Perché, ha intenzione di trasferirsi negli Stati Uniti?
«Magari, chi lo sa? Mi piace tutto dell'America, soprattutto della California. Ma il debutto come Shalpy lo faccio in Europa, il 22 luglio, al Festival dei Balcani di Stoccolma».

Balcani? Stoccolma?
«Certo. È una manifestazione importante, sa? E io sarò l'unico italiano».

Come definirebbe questa fase della vita?
«Fisiologicamente calante (scoppia a ridere, ndr). Ma per me non esistono più il prima e il dopo: conta solo il presente. Il meglio è sempre e soltanto adesso, e bisogna vivere tutto subito, quando accade, senza rimpianti: l'ho capito negli ultimi dieci anni».

Che cosa è successo negli ultimi 10 anni?
«Ho conosciuto la disperazione e la stanchezza di vivere, che non significa voler morire, ma non sopportare più la vita. È morto mio padre — di cancro, dopo un infarto e un aneurisma —, poi mia madre si è ammalata di Alzheimer: adesso è sotto psicofarmaci nella completa demenza, ma prima ha attraversato una fase violenta, mi lasciava segni ovunque, mi terrorizzava. Eppure mi è spiaciuto quando è andata via la cicatrice che mi aveva fatto sul petto: è sempre la mia mamma».

Come ha superato i momenti peggiori?
«Mi ha salvato il mio mondo interiore,  la fantasia, i sogni. E poi la volontà di guardare sempre avanti. L'Alzheimer è una malattia che progredisce a scalini, e da un giorno all'altro mi ha costretto a gestire, da figlio unico, una situazione dolorosissima. Il medico mi aveva prescritto gli psicofarmaci. Per fortuna ho smesso di prenderli, da solo».

Un ricordo degli anni del successo?
«Lavoro, lavoro, lavoro. Sono esploso a 18 anni, e fino a 30 non mi sono mai fermato: come Madonna, come Michael Jackson. Non mi sono perso, però, e di questo ne vado fiero. Sono rimasto il normalissimo ragazzo di prima, a parte gli occhiali da sole».

Che fine hanno fatto gli occhiali?

«A un certo punto, qualche anno fa, li ho buttati via. Non li toglievo mai, erano diventati uno scudo, mi aiutavano a evitare il contatto con gli altri. E poi ho combinato qualche altra cavolata».

La più grande?
«Basta guardarmi».

La bocca rifatta.
«Esatto. Credo che le botte prese nella vita in qualche modo spingano tutti noi a fare, prima o poi, qualcosa di assurdo, che non ci appartiene davvero: arrivi a deturparti solo dopo un cedimento mentale. Avevo trent'anni, e il complesso del labbro superiore poco carnoso. Andai da un chirurgo cane, e per colpa del silicone mi è venuta una fibrosi che sto ancora curando, ma so che non tornerò mai come prima. E c'è chi, soprattutto sulla Rete, me lo rinfaccia tutti i giorni».

Le piacciono i giovani cantanti dei talent show televisivi?
«Li ascolto tutte le sere: per addormentarmi».

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